Siamo in molti ad amare le nostre città, ricche di storia, arte, tradizione e cultura.
Ma probabilmente le stesse persone che riconoscono i valore estetico dei nostri centri urbani non possono non considerare come un certo mado di costruire di oggi produca dei risultati che appaino, per usare un eufemismo, alquanto discutibili. Da diverse parti si alzano voci di protesta, si indinizzano lamentele e critiche verso questa o quella costruzione, ma il solo risultato che si ottiene e quello di alimentare un senso di rabia, frustrazione e impotenza nei cittadini, i qual si sentono defraudati del diritto di poter decidere quale immagine dovrebbe avere la città di cui fanno parte.
Trovandomi a far parte della categoria dei responsabili – o perlomeno considerati tali – della costruzione delle nostre città, mi capita spesso di sentirmi tivolgere una domanda: ma chi ha dato il permesso al progettista di costruire quell’orrendo edificio?
La risposta è tutt’altro che facile e il discorso che potretbe svilupparsi da un interrogativo come questo richiederebbe molto più dello spazio di un breve articolo. Lungi dal voler proteggere a priori una categoria, mi sento pero in obbligo di sottolineare che le responsabilità non si trovano sempre e solo da una parte e che é il sistema in sé a non funzionare come dovrebbe. L’architetto non è altro che l’ultimo attore in uno spettacclo dai malteplici personaggi. Ognuno ha la sua parte importante. Il committente desidera un’opera che rispecchi i suoi gusti, l’impresario vuole ricavarne il massimo del profitto, il tecnico del Comune impone il rispetto di determinate regole, norme e limiti di legge e il progettista non può far altro che destreggiarsi fra questo protagonisti del giaco. Risulta quindi paradossale che l’architetto, considerato spesso come uno dei principali responsabili dei disastri nelle nostre città, in realtà abbia spesso le mani legate e debba faticare non paco per poter esprimere la propria creatività. Creatività che non significa gusto bizzarro o eccentrico, ma interpretazione attenta delle varie componenti facenti parte del’ambito in cui si situa la costruzio-ne, ossia quella sociale, economica, ambientale e culturala.
La città e lo specchio della società e quindi ci mostra quello che noi siamo. Ciò dovrebbe farci riflattere. Non sono quindi solo i progettisti, gli economisti e i politici a decidere l’immagine e lo sviluppo dell’ambiente in cui viviamo, ma siamo tutti responsabili, spesso inconsapevolmente, se la nostra città non é quella che vorremmo.
La città dovrebbe essere la materializzazione delle nostre idee e dei nostri desideri. Prima di costruire qualsiasi edificio, lo immaginiamo nella nostra mente e gli diamo un carattere che rispecchia i nostri valori, i nastri gusti e la nostra personalità. Un unicum ricco di esperienze e di emozioni che non é replicabile ed é quindi valido in quanto tale. Ma la nostra idea. perfetta nella sua unicità, si scontra con la rigidità dele norme e delle regole, con la inflessibilità delle leggi del mercato e con la intransigenza dalle ultime tendenze estetiche. Il nostro edificio comincia lentamente a perdere il suo carattere personale e la sua sacralità, divenendo un’anonima costruzione che é stata privata dell’impronta emofva non solo di colui che all’interno di quel’edifício dovrebbe abitare, lavorare, vivere, ma spesso anche dell’architetto. In questo modo la città si sviuppa in uno spazio anorimo, morto, uniforme, uno spazio di non-luoghi che ci lascia nella maggior parte dei casi indifferenti. Non e strano quindi che il mondo che abtiamo castruito informo a noi non ci soddisfi. Esso in realta non ci rappresenta, non esprime quello che siamo veramente, ma solo quello che gi altri vorrebbero che noi fossimo.
Ma queste considerazioni da sole non bastano a indicarci la strada per uscire da questa impasse. Noi, piccoli Davide, stritolati in un ingranaggio che sembra non ci dia la possibilità di liberarci, come possiamo sconfiggere Golia e contribuire in maniera concreta a costruire le città che desideriamo?
Probabilmente ci sentiamo impotenti e dubitiamo della nostra innata saggezza e delle nostre capacità. Tutte le nostre aspirazioni e i nostri sogni vengono smontati man mano che ci scontriamo con coloro che credono di essere gli unici a possedere la verità: progettisti preparatissimi e capaci, con curriculum di tutto rispetto e una lunghissima esperienza, ma che spesso si ritrovano a impostare con il cliente fiducioso non un dialogo, ma un manologo che non concede all interlocutore la possibilità di controbattere.
All’estremo opposto committenti arroganti e sprezzanti della cultura e dell’esperienza dell’architetto cercano di imporre le proprie idee non per esprimere una vera necessità o un desiderio sincero, ma unicamente per far emergere il proprio ego e vincere la sfida.
Scontri impari che in entrambi i casi partoriscono nient’altro che edifici di scarsissima qualità, senza un’anima che i contraddistingua. Combattimenti senza vincitore, il cui risultato è un trofeo da esibire che testimonia unicamente la forza di una parte rispetto all’altra.
Il tempo per il raffronto, per la comprensione reciproca, per il dialago è diventato un optional, di cui nessuno sembra soffrire la mancanza. Eppure è proprio qui che dobbiamo agire. È indispensabile concedere il giusto tempo alla costruzione delle nostre città. Solamente in questo modo possiamo attribuire valore alle cose che creiamo. Parafrasando Antoine de Saint-Exupéry possiamo dire che è il tempo che dedichiamo a una architettura o alla città a determiname la sua importanza. La fretta è nemica della qualità. La fretta uccide la fantasia. La fretta si rifiuta di ricercare la sacralità nascosta dentro di noi e rinuncia ad esprimeria altraverso il progetto e la costruzione.
Sta solamente a noi scegliere se vogliamo continuare su questa strada o cambiare rotta. Siamo noi che dobbiamo decidere se restituire la giusta importanza alle nostre città o rimanere indifferenti al loro destino.
Barbara Zetko
Tratto da Konrad numero 180 di OTTOBRE 2012
