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La COP30 a Belem.

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Dal 10 al 27 novembre 2025, nella città di Belem, capitale dello stato del Parà alle porte della foresta amazzonica si è svolta la trentesima Conferenza delle parti delle Nazioni Unite sul clima. La prima COP si svolse nel 1992 a Rio.162 paesi si sono misurati con l’urgenza imposta dalla crisi climatica. 

Con l’Accordo di Parigi (COP21) del 2015 si ha la prima intesa universale per contenere l’aumento della temperatura media globale a 1,5 °C. La UE arriva a Belem indebolita: gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2035 sono stati ammorbiditi rallentando la transizione green. Per concretizzare l’Accordo di Parigi serve una riduzione annuale del 55% delle emissioni di gas climalteranti entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019 e finanziamenti globali da 300 miliardi a 1300. 

Germanwatch (Organizzazione non profit con sede a Bonn) ha presentato alla conferenza il rapporto 2026 che classifica le performance mondiali climatiche. Prime sono Danimarca, Regno Unito e Marocco; Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita sono gli ultimi tre, L’Italia è quarantaseiesima, la Cina è salita al 54° posto, l’UE e al 20° posto.

Alla conferenza hanno partecipato circa 50 mila rappresentanti. Tante erano le aspettative di decisioni significative per la transition away alla phase out, ovvero alla messa al bando dei combustibili fossili. Altri problemi erano il rispetto del limite dei +1,5°C, difficile da raggiungere, l’attuazione dei Piani Nazionali per la riduzione delle emissioni (NCD), la protezione delle foreste tropicali, gli aiuti finanziari ai paesi poveri, gli obiettivi di collaborazione al fine di attuare i Piani di Adattamento.

I popoli amazzonici hanno creato una forte mobilitazione e tanto attivismo sociale: una folla di 70 mila persone ha partecipato alla Marcia Globale per il Clima danzando per le strade di Belem [fonte Academy of Democratic Modernity: Cupula dos Povos (Vertice dei popoli, costituito da movimenti sociali e comunità amazzoniche)] per affermare il loro ruolo per la difesa del pianeta. Nell’edificio principale assegnato agli stati la scena era molto diversa. Per costruirlo sono stati abbattuti ettari di alberi, le enormi sale erano troppo climatizzate, e i convenuti hanno ricevuto lattine di alluminio con acqua pulita dell’Amazzonia. La Cùpula dos Povos ha sottolineato l’inutilità delle 30 conferenze che non hanno ancora risolto la crisi climatica, e ha consegnato alla presidenza una dichiarazione di critica alla conduzione della conferenza, evidenziando le contraddizioni politiche: da un lato il sostegno alle politiche climatiche e la promozione dei diritti umani, dall’altro il compromesso con l’agenda economica che rappresenta i grandi interessi industriali e agricoli del paese. I movimenti chiedono un’uscita rapida dai combustibili fossili e il pieno coinvolgimento delle organizzazioni sociali per frenare le disuguaglianze, le violenze, e attuare la protezione delle terre indigene. Le proteste dei popoli indigeni hanno evidenziato le contraddizioni delle COP per cui spetta quindi ai movimenti dare il via ad una nuova era di attivismo climatico globale.

La COP30 non rappresenta i popoli originari ma gli imprenditori (Helen Cristine, del movimento Juntos, gruppo giovanile del Partido Socialismo e Libertade fonte https://www.dirittiglobali.it/tag/helen-cristine/). I popoli indigeni e le organizzazioni della società civile hanno fatto sentire la loro voce di protesta: non possiamo mangiare soldi vogliamo che le nostre terre siano libere dall’agribusiness, dallo sfruttamento petrolifero, dall’attività mineraria e dal traffico illegale di legname.

La COP30 che si è conclusa il 22 novembre 2025, doveva rappresentare, dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, il momento decisivo per tradurne gli impegni in azioni concrete. I risultati emersi dal Pacchetto politico di Belem (Belem Political Package o Global Mutirāo) evidenziano alcuni progressi, ma anche gravi lacune. Il Global Mutirão non menziona i combustibili fossili e mancano impegni concreti per fermare la deforestazione, nonostante il lancio del Tropical Forest Forever Facility (TFFF). Il vertice aveva il compito di dare urgente operatività agli impegni climatici ma si è scontrato con gli interessi economici: il fronte unificato Brics-Paesi arabi ha bloccato la roadmap per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili. La presidenza brasiliana ha tentato di spostare l’attenzione verso biodiversità, gestione indigena ed equità sociale. Almeno i movimenti di giustizia sociale e i sindacati hanno riscosso una vittoria significativa con l’adozione del Just Transition Mechanism (JTM) istituito per migliorare la cooperazione internazionale, l’assistenza tecnica, la condivisione delle conoscenze e per consentire transizioni giuste, eque e inclusive. Sul piano finanziario il vertice ha cercato di dare seguito all’obiettivo di mobilitare 1300 miliardi di dollari annuali entro il 2035 per i Paesi in via di sviluppo. È stato confermato il meccanismo Loss&Damage (Perdite e Danni), sugli impatti negativi del cambiamento climatico sui paesi più vulnerabili che vanno aiutati finanziariamente per l’adattamento agli eventi meteorologici estremi.

Italian climate network e la maggior parte dei commentatori (vedi Nuova Ecologia) e alcuni paesi emergenti che fanno parte del gruppo negoziale Like Minded Developing Countries (LMDC) giudicano deludente il risultato finale. Il Manifesto del 27 novembre ribadisce che le conclusioni sono state condizionate dalla presenza di almeno 1600 lobbisti dei combustibili fossili all’ordine di Russia, Arabia, India, Cina accreditati a Belem.

Ha senso far convergere migliaia di partecipanti ogni anno in qualche località del mondo per discussioni poco costruttive che poi si concludono con decisioni dell’ultimo momento quando ormai molti partecipanti hanno già fatto le valige? Esiste quindi l’idea di riformare il meccanismo. L’alleanza dei Piccoli Stati Insulari (AOSIS) chiede soluzioni concrete alle COP nel senso di limitare il numero dei partecipanti e di definire preventivamente gli argomenti da trattare. Secondo la valutazione dell’UNEP (United Nations Environment Programme, Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) gli impegni di riduzioni delle emissioni (Nationally Determined Contributions: NDC) sono del tutto insufficienti a mantenere il limite di 1,5°C. Esiste il rischio che senza azzeramento delle fonti fossili la temperatura media globale possa arrivare a 2,5°C. Sulla finanza c’è l’impegno a triplicare i fondi per l’adattamento fino a 120 miliardi di dollari nel 2035 e la demarcazione delle terre indigene affinché abbiano ciò che è di loro diritto. Sulla finanza climatica si istituisce un work programme di due anni per triplicare l’investimento per adattamento entro il 2035, mobilitando 300 miliardi di dollari dai Paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo.

L’elemento forse più negativo è che sul documento finale non vi è traccia delle pesanti responsabilità sul clima del settore militare e conseguentemente delle guerre e della corsa al riarmo. 

Lino Santoro

Fonti di finanziamento delle COP.

Green Climate Fund (GCF), è il principale fondo sotto la Convenzione quadro delle Nazioni Unite.

Impegni dei paesi sviluppati (finanza Pubblica). I paesi industrializzati si impegnano a mobilitare risorse finanziarie.

Fondo per le Perdite e i Danni (Loss and Damage Fund) sostenuto da donazioni volontarie di vari paesi.

Banche Multilaterali di Sviluppo (MDB) e altre istituzioni come La Banca Mondiale, la Banca europea per gli investimenti (BEI) e altre banche.

Altri Fondi Speciali come lo Special Climate Change Fund (SCCF) e il Least Developed Countries Fund (LDCF) entrambi gestiti dal Global Environment Facility (GEF).

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