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MARK FISHER, UN BREVE RITRATTO

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Raccontare chi sia stato Mark Fisher (Leicester, 11 luglio 1968 – Felixstowe, 13 gennaio 2017) in poche righe è impresa a dir poco improba.

Fu uno degli intellettuali più ammirati della sua generazione, un uomo rinascimentale che spaziava dalla filosofia alla sociologia, dalla critica musicale alla saggistica.

Si è laureato in letteratura inglese e filosofia all’università di Hull nel 1989 e ha concluso il dottorato di ricerca all’università di Warwick nel 1999.
Nel 2003 ha fondato il blog k-punk, considerato uno dei blog culturali di maggior successo in cui trattava musica, cinema, cultura popolare, politica e teoria critica, sempre in un’ottica multidiscplinare e come spunto per riflessioni più ampie sulle derive ormai fuori controllo della società capitalistica.

Per qualche anno ha insegnato filosofia alle scuole superiori e, in seguito, teoria delle arti visive ed uditive presso il Goldsmiths College.

Ha fondato un collettivo interdisciplinare conosciuto come Ccru ovvero Cybernetic Culture Research Unit, vicino alle teorie dell’accelerazionismo ovvero la teoria poltiica secondo la quale il superamento del capitalismo si può ottenere accelerando, e non contrastando, i processi che lo caratterizzano.

In una raccolta di saggi, ha parlato di depressione, demone che non è riuscito a sconfiggere morendo suicida a 48 anni, ma anche di Joy Division e Burial, della visione dei film Stalker e Inception e delle letture di Sebold e Peace (Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, Minimum Fax, Roma 2019).

Ha scritto di politica e attualità sempre con la sua cifra fatta di consapevolezza, radicalità e concretezza, introducendo il suo ultimo progetto rimasto incompiuto Comunismo Acido (Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici. K-punk/1, Minimum Fax, Roma 2020).

Sicuramente la sua opera più conosciuta è Realismo Capitalista (Produzioni Nero, Not, Roma 2018) che descrive la sensazione diffusa che il capitalismo sia non solo l’unico sistema politico ed economico oggi possibile, ma che sia diventato impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente.

Il capitalismo è introiettato nell’inconscio collettivo, occupa ogni spazio non solo economico ma anche culturale, sociale e psicologico.

Persino i simboli della ribellione (per esempio Che Guevara) sono mercantilizzati e svuotati del loro messaggio sovversivo.

I giovani, ridotti a consumatori e spettatori, ricercano un piacere immediato (videogiochi e social media) che non genera soddisfazione e porta ad una forma di depressione legata all’incapacità di agire per cambiare il futuro.

Il sistema tende a trattare i problemi di salute mentale (come ansia e depressione) come disfunzioni chimiche individuali, ignorando le cause sociali ed economiche che li generano.

La parabola umana di Fisher potrebbe farci arrivare alla conclusione che non esista modo di battere il sistema ma sarebbe sbagliato e, a dir poco ingeneroso, nei confronti di un intellettuale che ha indicato gli strumenti concreti per combattere: impegnarsi, partecipare, studiare e divulgare.

Ermanno Brunettin

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