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SOPRAVVIVERE NEL GULAG: UNO STUDIO DI GENERE
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SOPRAVVIVERE NEL GULAG: UNO STUDIO DI GENERE

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Le strutture di repressione nei gulag sovietici sono state descritte da numerosi autori, primi fra tutti Aleksandr Solženicyn con Una Giornata di Ivan Denisovič e Arcipelago Gulag, eVarlam Šalamov con Racconti della Kolyma. La nuova ricerca della storica e antropologa ucraina Oksana Kis’, Sopravvivere nel Gulag. La resistenza quotidiana delle prigioniere ucraine (Viella, Roma, 2023) è un innovativo studio di genere che per la prima volta esamina le condizioni di vita delle donne nei Gulag, le loro testimonianze che in altri lavori avevano avuto un ruolo marginale.

Il libro tratta del Gulag nel periodo del “tardo stalinismo” tra il 1939 e il 1956 quando con l’annessione della Galizia, della Volinia occidentale, della Bukovyna e della Transcarpazia alla Repubblica Sovietica Ucraina “aumentò vertiginosamente il numero dei condannati accusati di attività antisovietiche, nazionalismo, collaborazionismo, alto tradimento e altri ‘crimini politici’”. Tra le donne ucraine nei Gulag, migliaia furono quelle arrestate per la loro militanza politica nel movimento partigiano nazionalista di quegli anni, erano prigioniere politiche, “nemici del popolo”.

L’autrice scrive una storia dal basso ricorrendo a memorie, autobiografie, diari, lettere di oltre centocinquanta detenute che denunciano la fame, il freddo, le terribili condizioni igienico-sanitarie, le malattie, i lavori pesanti, le rasature forzate, le umiliazioni, l’impossibilità di stare in solitudine, le torture durante gli interrogatori, le violenze sessuali, la dolorosa esperienza della maternità.

La ricerca non si concentra solo “sugli orrori e sugli aspetti più bui del regime dei campi (che sono stati comunque ampiamente descritti) ma soprattutto su ciò che ha aiutato quelle donne a sopravvivere, sulle pratiche femminili di sopravvivenza e di opposizione all’influenza devastante e disumanizzante del Gulag”.

L’adesione a ruoli tradizionali femminili nelle situazioni insolite in cui si trovarono, la solidarietà che si creava tra le detenute ucraine, il riconoscersi nell’identità nazionale, il mantener viva la fede cristiana furono determinanti nel far fronte all’orrore del Gulag.

Le detenute ucraine con gli scarsi mezzi disponibili ricamavano (attività tipica per le donne ucraine), disegnavano, tenevano puliti i loro spazi, curavano l’igiene personale, parlavano la lingua ucraina, cantavano canzoni popolari manifestazione della loro identità nazionale, componevano poesie, creavano cartoline fatte a mano, ricordavano la resistenza nelle foreste, si raccontavano le trame di film e libri, pregavano, confezionavano rosari e croci, celebravano loro stesse la messa domenicale e le feste religiose.

“Nelle loro memorie personali, le donne ucraine che una volta erano prigioniere politiche esprimono costantemente le proprie motivazioni: il desiderio di sopravvivere e trionfare sul regime”. Le pratiche di sopravvivenza che attivarono, consentirono loro di resistere alle violenze, al processo di “rieducazione” imposto dal potere sovietico, di presentarsi non come vittime ma come vincitrici.

Giuliano Prandini

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