
16 gennaio 2026
Teatro Miela



FRANZ
Agnieszka Holland (CZ – DE – PL, 2025, 127’)
Le proiezioni di apertura del Trieste Film Festival sono sempre una sicurezza, e anche questa volta il pregiudizio non è stato disatteso. La biografia molto personale su Kafka di Agnieszka Holland (già recensita da K per il precedente doloroso film del 2023, Green border) si interseca con un messaggio o, se non altro, un’intenzione culturale più ampia: il parallelismo della vita di K – fatta di sofferenze, verità, amori, paranoie, arte, disadattamento e intelligenza – con chi, turista, ricerca la vita (già mitizzata, già altra, scippata dalla realtà per una mitologia dello scrittore) che spia dai luoghi del presente alterando il passato per un’immagine iconica, economica, pensata al mito letterario e a quello del profitto. Ma il parallelismo è personale e delicato, non invade, si concentra su alcuni fatti biografici di Kafka (il conflitto con il padre, l’amicizia con Max, i suoi tre amori) per cercare di illuminarlo, riuscendoci, con l’immaginazione. L’umiltà sottesa che, con la propria interpretazione da mosaicista, pervade la vita di uno dei giganti della letteratura mondiale, rende piuttosto credibile le idee della regista.
Il film è stato presentato in anteprima al Toronto IFF nel 2025 ed è il candidato della Polonia agli Oscar per il Miglior film internazionale.
17 gennaio 2026
Teatro Miela (Ridottino)
POHÁDKY PO BABIČCE / I racconti del giardino incantato
David Súkup, Jean-Claude Rozec, Leon Vidmar, Patrik Paš (F – CZ – SK – SLO, 2025, 85’)

TSFF DEI PICCOLI migliora di edizione in edizione, mi pare: in quest’animazione, girata interamente in stop motion, la delicatezza nel trattare un tema come la morte di una cara nonna agli occhi di tre nipotini (Tom, Susan e Derek) è sorprendente perché inserita nella realtà, nello scorrere di una vita comune fatta di atti magici senza magia, come lo sono gli atti delle storie, di ogni storia.
Il film raccoglie un’usanza – antica quanto il linguaggio stesso – tramite una nonna che non c’è più: narrare storie con tre ingredienti (in questo caso scelte dai nipoti: scarpa, torsolo e … immaginate voi) per la buona notte. La nipote Susan – non a caso femmina anche lei, come se le donne fossero le maggiori depositare delle storie – fa stare in vita la nonna facendo quello che appunto la nonna faceva, cioè raccontare le storie: parole che fanno rimanere in vita chi non c’è più, chi c’è e che, alla fine, fanno rimanere in vita anche il genere umano stesso. Una specie di riproduzione orale per giustificare la nostra esistenza, come nelle classiche Mile e una notte (raccontate pure là da una donna…). Il nonno, che nasconde la propria disperazione e rimane distante, è felice alla fine di vedere che i nipoti tengono in vita quell’usanza, quella moglie, la nonna… Lui non può fare altro che usare le mani (da uomo) per creare una specie di caleidoscopio con le foto dell’amata che illuminano tutto, un altro tipo di storia, ma sempre storia che tiene in vita la vita di chi rimane…
Miglior Film d’Animazione agli European Film Awards 2026
18 gennaio 2026
Teatro Miela (Ridottino)

LA MAGIA UNGHERESE
All’interno della rassegna TSFF DEI PICCOLI troviamo una scelta del cinema ungherese dal 1975 al 2000. Degli otto corti ungheresi che elencherò e che sono grandiosamente belli, parlerò solo di uno, per motivi di spazio, e ne scrivo perché ne ho apprezzato soprattutto l’alto artigianato che ha reso possibile l’animazione in stop motion.
BABFILM / Scene con fagioli
Ottó Foky (H, 1975, 12’)
Un film di fagioli, che rappresentano gli uomini visti da un essere alieno che guarda la terra dallo spazio (e che alla fine verrà mandato via dai fagioli uomo) mostrandoci la vita di quell’abitante della terra, di quel dominatore che si comporta da scellerato con l’ambiente e i propri simili. L’artigianato, assieme alla genialità di alcune scelte di materiali, rasenta il sublime.
DELFINIA, AZ ÉN VILÁGOM / Delfinia, il mio mondo Liviusz Gyulai, Lisziàk Elek (H, 1976, 9’)
A SZÉK / La zsedia Ferenc Cakó (H, 1976, 8’)
MOTO PERPETUO Béla Vajda (H, 1980, 8’)
AUGUSZTA SZÉPÍTKEZIK / Augusta is fa bella Csaba varga (H, 1983, 4’)
JÓNÁS / Giona Liviusz Gyulai (H, 1997, 4’)
GOLYÓS MESE / La favola della palla Liviusz Gyulai (H, 1998, 4’)
SZINDBAD, BON VOYAGE! Liviusz Gyulai (H, 2000, 6’)
Tutti i bambini, dai 4 anni in su, erano in rigorosa meraviglia, cioè stavano meravigliati a guardare quegli strani filmati lontani che raccontavano storie avvincenti in un modo insolito (non importa se alcuni hanno detto non mi è piaciuto perché non c’erano i loro personaggi preferiti).
20 gennaio 2026
Teatro Miela
DAS VERSHWINDEN DES JOSEF MENGELE / La scomparsa di Mengele
Kiril Serebrennikov (DE – F, 2025, 135’)




Presentato alla cerimonia di apertura dei concorsi, era un film che andava sul sicuro: il regista è conosciuto perché bravo e il tema prende sempre, o comunque ancora: una miscela così non poteva che dare un risultato così. Se il tema è conosciuto, lo sviluppo della trama un po’ meno: Josef Mengele, conosciuto come l’Angelo della Morte (ma io suggerisco da tempo di chiamarlo Diavolo della Morte) era il medico di Auschwitz (anche qua, non lo chiamerei così ma torturatore, sadico, malato, criminale…) che ha compiuto quello che parzialmente si conosce e che il film parzialmente tocca (e per me questo è un merito, perché evita un patetismo da quattro soldi). Scrivo parzialmente proprio perché il lungometraggio si focalizza sulla sua fuga dalla Germania (avvenuta appena nel 1949!) e soprattutto sulla scomparsa in Sud America (Argentina, Paraguay, Brasile…). L’umana tristezza di una rete del male che lo sosteneva e foraggiava per anni e anni dovrebbe dirci qualcosa su una società così vasta che protegge un criminale omicida e sadico morto appena nel 1979…
Le preoccupazioni che arrivano alla paranoia di essere scoperto sono accentuate dalla visita del figlio che vuole capire quello che c’è di vero in quello che si dice in merito al suo lavoro nel campo di concentramento.
I dialoghi intensi e realistici (non a caso il film è tratto dall’omonimo romanzo di Olivier Guez) enfatizzano l’ansia di essere scoperto in una seppur minima e tardiva rivincita al male procurato.
La fotografia è forse troppo bella per un personaggio così meschino, ma forse aiuta alla sua sopportazione.
22 gennaio 2026
Teatro Rossetti
TWO PROSECUTORS / Due procuratori
Sergei Loznitsa (F – DE – NL – LV – RO – LT, 2025, 118’)

L’ingenuo buono e innocente che cerca le vie giuste per salvare una persona – simile al lui per moralità e suo maestro – mettendo a rischio l’intero sistema stalinista non poteva che condurre alla morte e al trionfo della tragedia e dell’ipocrisia, ma la lotta per la verità è stata testimoniata: con questo suo incedere civico e umano viene fuori un atto, che, a quei tempi come ai nostri – purtroppo per noi – è di resistenza estrema.
Se la trama è banale, per chi conosce quelle storie, la resa è eccezionale.
Un giovane nuovo procuratore (Alexander Komyev) nell’apice delle purghe staliniane (1937) si ritrova in mano una lettera di poche righe, scritte col sangue, di un prigioniero – e suo maestro universitario – che dice di avere un segreto da rivelare; quel segreto è lo stesso che ha messo in prigione migliaia, milioni di innocenti vittime: la paranoia omicida dell’NKVD, la polizia segreta russa.
Finisce male solo perché si pensa alla fine, ma se si guarda il percorso, è un percorso meraviglioso, lastricato di bellezza interiore, pieno di sacrificio e abnegazione.
Un bell’atto, un bel film: le integrità dei due procuratori sono la luce nelle tenebre profonde che molti regimi, più o meno espliciti, proiettano sull’intera società che a loro “appartiene”.
23 gennaio 2026
Cinema Ambasciatori
WELDED TOGETHER / Unite
Anastaija Mirošničenko (F- NL – B, 2025, 96’)

È stato incredibile: ogni tanto, forse per farmi del male, dovevo dirmi che non era un film ma un documentario, e immediatamente la pienezza aumentava…
La trama è semplice e si verifica più di quanto non si pensi, purtroppo, e non solo in Bielorussia, dove è ambientato e da dove arriva il film: una saldatrice di ventun anni (Katya) in difficoltà economiche e cresciuta sola perché abbandonata dalla mamma alcolista, ritorna da quest’ultima per vedere e controllare la nuova sorella (Amina), di uno o due anni. La dipendenza dall’alcol aveva impedito alla madre di essere anche questa seconda volta una madre, e a un certo punto Katya si troverà a dover fare una scelta che lacera alla Dostoevskij: denunciare la madre e non vedere mai più la sorella amata o continuare a vedere la sorellina rischiando la salute della piccola e diventare, lei, più povera ancora?
Le scene di dignitosa povertà e di genuina solidarietà (con i colleghi saldatori e con un’amica) fanno da contesto a una vita tanto difficile in cui però l’amore, in qualche forma, esiste ancora e ancora resiste.
Il titolo in inglese fa riferimento (anche) al lavoro di Katja e il film, dopo aver vinto il Gran premio della giuria dello Sheffield Doc Fest 2025, non poteva che vincere il premio al Miglior Documentario del TFF, con la seguente motivazione: Il premio va a una vera e propria lectio cinematografica, capace di raccontare una storia più strana della finzione, abitata da personaggi di straordinaria forza e presenza. Attraverso un approccio documentaristico osservazionale, e realizzato in maniera indipendente senza fondi statali, questo film si impone come un’opera unica, coinvolgente e profondamente toccante. Con questo film, Anastasiya Miroshnichenko si afferma come una nuova voce da seguire con attenzione in futuro.
24 gennaio 2026
Teatro Rossetti
ETHER
Vida Skerk (UK, 2025, 15’)

Stereotipi di genere in un equilibrio delicato, non verboso e parzialmente implicito: è un risultato che lascia molto allo spettatore che, come spesso fanno i cortometraggi, cerca di inferire su quello che è successo. Premiato, lascia un amaro di difficile identificazione.
ZEMLJO KRAST / Rubare la terra
Žiga Circ (Slo, 2025, 70’)

Interpretato da attori che palesemente (e fortunatamente!) vengono dal teatro; quelli che, a detta del regista, preferiscono un flusso lungo e continuo; per questo l’hanno girato in due giorni, 12 ore l’uno.
Tutti hanno un’opinione ha detto la sceneggiatrice al pubblico, e di fatti i dialoghi erano condivisione di opinioni non condivise, con risultati alle volte davvero comici. Credo che ogni spettatore parteggiasse per una persona diversa, e questo è bello e sano ma non è il punto centrale del film, secondo me, che è più leggero e più profondo; in questo senso la frase chiave del film, potrebbe essere: il bambino chiede tutto.
La trama non è propriamente un gioco al massacro, perché non si destruttura niente, è divertente più che amaro (non a caso, il regista almeno due volte, prima e dopo il film, ha voluto puntualizzare si trattasse di un drama) e credo che a moltissimi spettatori richiamasse il racconto di Yasmine Reza, Il dio del massacro del 2006 (e il relativo film di Polanski, Carnage, del 2011) in cui però prevaleva un’ironia e un intellettualismo maggiori e in cui l’ipocrisia era piacevolmente una vittima: in Zempljo krast invece ci sono opinioni, tante opinioni. Lo scarto di quest’ultimo con il racconto di Reza credo sia la leggerezza (anche se il finale cerca di appesantire, in modo quasi preannunciato, l’intero film). La trama è simile: anche qua c’è una zuffa nel parco dei loro figli e c’è la voglia dei genitori di sistemare la scaramuccia, ma l’implicazione politica è maggiore (anche se verrà disattesa perché appunto un’opinione non è propriamente un’idea, un’ideologia, o almeno non dovrebbe esserlo…): il passaggio che ha provocato i tafferugli e la relativa convocazione di una famiglia da parte di un’altra è stata il fatto che, nel gioco Rubare la terra (una specie di Risiko dove il dado è il lancio di un bastone, per capirci, e la scacchiera del mondo è il terreno), un bambino decide di essere la Palestina che, a detta dell’altro figlio – che tra l’altro ha scelto di essere l’America – non è uno Stato… La genialità però non viene portata all’estremo, come potenzialmente si poteva credere, ma le opinioni hanno le gambe corte e dopo un po’ bisogna cambiare argomento…
CONCLUSIONE
In ogni edizione del festival cerco di rintracciare un a volte risicato filo rosso – del tutto personale e dettato dalle limitate visioni alle quali ho assistito – e quello che ho riscontrato in questa è la presenza della morte, mescolata a quella della rinascita, del riscatto: di Kafka (nel film Franz) e della presenza dell’angoscia (e va da sé della morte) non occorre spendere parole, e nemmeno del film La scomparsa di Mengele (anche qua c’è morte e angoscia, pur se diversa da quella dell’ebreo Kafka) e la troviamo ovviamente nei Due procuratori, nella nonna scomparsa e nei nipoti rimasti (nei Racconti del giardino incantato) e, sebbene come presenza più velata, nel documentario Unite e pure, in percentuale minore ma comunque evocata, in Ether, quando il ragazzo salva la ragazza nel lago.
Lontano dal volere accostare tale filo rosso a un simile e possibile nella realtà che viviamo, anche questa volta rimango sorpreso che a Trieste continui a esistere un festival così.