Di quanto accaduto in Iran tra fine dicembre 2025 e gennaio 2026, molto si è detto e scritto – malgrado la censura imposta dal regime – evidenziando soprattutto gli aspetti di maggiore impatto mediatico: il dilagare delle proteste nel Paese e tra la numerosa diaspora, la spietata repressione da parte dei Pasdaran e non solo*, l’ondivaga e sostanzialmente velleitaria (a dir poco) reazione della comunità internazionale, poi le minacce di intervento militare di un presidente degli USA in stato confusionale.
Sono state menzionate le ragioni di fondo delle proteste: la grave crisi economica, l’insofferenza per le chiusure e la rigidità (ben di più del solo foulard-hijab imposto alle donne…) di un regime teocratico impermeabile a qualsiasi riforma.
Merita però approfondire alcuni aspetti che dicono molto di come il clero sciita, al potere da ormai quasi cinquant’anni, gestisca il potere in un Paese di oltre 92 milioni di abitanti, esteso 5 volte più dell’Italia, dotato di grandi risorse fossili (petrolio e gas naturale) e collocato in una delle aree strategicamente e politicamente più critiche del Pianeta.
La banca Ayandeh e non solo
Proteste e vere e proprie rivolte (con un numero molto inferiore di vittime ed arresti) c’erano state anche in precedenza, soprattutto nel 2009 e nel nel 2017 – 2019 , motivate sempre dall’insofferenza crescente – soprattutto dei giovani più istruiti – per la rigidità del regime, lo strapotere dei Pasdaran e della “polizia morale”, i brogli elettorali a vantaggio delle forze conservatrici, la pessima gestione economica del Paese.
L’ampiezza delle proteste recenti è però stata innescata da una scintilla specifica: il fallimento della Banca Ayandeh. Creata nel 2013 dal ricchissimo uomo d’affari Ali Ansari (molto vicino all’ex presidente Ahmadinejad, in carica dal 2005 al 2013 e beniamino dell’ala più conservatrice del clero sciita e di Ali Khamenei in particolare), la banca concesse al suo proprietario un prestito di 10 miliardi di dollari, mai rimborsato, che servì per costruire l’Iran Mall**, il più grande centro commerciale del mondo(!), un delirio immobiliare dotato di piscine, piste di pattinaggio e giardini interni, inaugurato nel 2018.
“Normale” in Iran che Ansari gestisse anche l’Iran Mall, poiché il 90 per cento dei depositi dei clienti della banca Ayandeh era destinato a progetti gestiti dalla banca stessa: quindi endogamia del sistema bancario, totalmente illegale ma funzionale agli interessi del ceto affaristico cresciuto all’ombra del regime.
Per alimentare il flusso dei depositi la banca Ayandeh offriva ai clienti tassi d’interesse superiori da 6 a 7 punti percentuali rispetto alla media del mercato. Una “piramide Ponzi” che ha pervertito l’intero sistema bancario iraniano.
Solo nel 2019 le autorità hanno rimosso i dirigenti della banca e avviato azioni giudiziarie che però, stranamente, non hanno riguardato Ali Ansari…
Nell’ottobre 2025, sotto il peso di 5 miliardi di dollari di perdite, 3 miliardi di debiti e un rapporto di solvibilità negativo pari al 350 per cento (contro l’8 per cento raccomandato dalle norme internazionali), la banca viene liquidata.
I debiti sono assorbiti dalla Banca Centrale dell’Iran (BCI): l’Ayandeh viene fusa con la Banca Melli Iran, di proprietà pubblica, in base al noto principio della socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. A fine dicembre il direttore della BCI perde il posto, perché proprio la BCI aveva assicurato – per decenni – il rifinanziamento del sistema bancario corrotto. I depositi dei risparmiatori erano stati infatti utilizzati per finanziare una miriade di progetti immobiliari speculativi che hanno devastato le città iraniane. Non ricavando da questi “investimenti” un sufficiente flusso di cassa, le banche si sono così rivolte alla BCI, che concedeva dei prestiti senza adeguate garanzie. Il meccanismo, concepito per favorire una ristretta élite vicina al potere politico (e religioso), poteva funzionare soltanto stampando moneta a gran ritmo, con la conseguente ovvia spirale inflazionistica.
Oltre all’Ayandeh, almeno altre cinque banche si sono trovate nella stessa situazione: per salvarle, la BCI ha iniettato liquidità per circa un quarto della massa monetaria circolante. Inevitabile quindi, oltre all’incremento dell’inflazione, anche il deprezzamento del rial, la moneta nazionale.
Il fallimento del sistema bancario e l’inflazione conseguente (oltre il 40 per cento annuo), si sono aggiunti alle sanzioni internazionali e ai rovesci politico-militari subiti dal cosiddetto “Asse della Resistenza” (liquefazione del regime alleato in Siria, ridimensionamento da parte di Israele dei proxy iraniani Hezbollah e Hamas, “guerra dei 12 giorni”, ecc.), con in più la crisi energetica e le difficoltà nell’accesso all’acqua. Così, mentre il governo destinava da un lato immense risorse per cercare di salvare il sistema bancario, dall’altro varava il 23 dicembre draconiane misure di austerità che hanno finito per esasperare una popolazione già impoverita.
Un’economia sempre più “militarizzata”
Si aggiunga, a questo quadro già drammatico, una specificità della situazione iraniana, rappresentata dal controllo, cresciuto negli anni, dei Pasdaran (più precisamente Guardiani della Rivoluzione) su gran parte dell’economia del Paese. Similmente a quanto accade in altri Paesi (Egitto, Algeria, Pakistan), dove le forze armate controllano la maggioranza degli asset economici, ben più del solo complesso militare – industriale, nella Repubblica Islamica iraniana il corpo militare dei Pasdaran, distinto dalle forze armate regolari (esercito, aviazione e marina) e principale puntello del regime, controlla direttamente un impero di aziende, holding e fondazioni, che rappresentano dal 42 al 50 per cento del prodotto interno lordo.
Aziende e attività che spaziano dal petrolio, al gas, alle telecomunicazioni, alle infrastrutture, alla finanza, utilizzate per finanziare le attività militari dei Pasdaran (anche all’estero), oltre al programma per la produzione di armi nucleari.
Una teocrazia corrotta
Il regime teocratico, che si regge sui due pilastri del clero sciita e dei Pasdaran, nato in nome degli “oppressi” contro l’autocrazia monarchica di Reza Pahlavi, è ormai ridotto alla difesa strenua di sé stesso e degli interessi di una ristretta cerchia di fedelissimi, come il caso della banca Ayandeh dimostra emblematicamente. La retorica islamista ed il rivoluzionarismo antiamericano e antisraeliano, reiterati senza sosta dalla propaganda ufficiale, non dice granché alla maggioranza degli iraniani preoccupati della propria sopravvivenza materiale.
La realtà ha dimostrato quindi che corruzione e ingiustizie non sono certo appannaggio del solo Occidente, ma anzi raggiungono vertici assoluti proprio in Paesi come l’Iran, malamente mascherati dalla retorica “rivoluzionaria” del vertice religioso e militare, che pare sedurre soltanto alcune menti deboli in Occidente, Italia compresa…
* In mancanza di cifre ufficiali, che probabilmente non arriveranno prima del crollo del regime, il conteggio delle vittime oscilla tra le 30 e le 36mila persone (più una cifra 10 volte maggiore di feriti ed oltre 42mila arrestati).
** L’Iran Mall è molto piaciuto anche all’ex “ambasciatrice” Elena Basile, durante la sua recente visita in Iran, riassunta nel reportage per il Fatto Quotidiano, dove tra l’altro spiega che: “non c’è dittatura” in Iran, i giovani iraniani sono “purtroppo vittime della propaganda occidentale”, e le manifestazioni di protesta erano fomentate da CIA e Mossad…
Dario Predonzan